venerdì 24 marzo 2017

SONO NATA PER AMARE, NON PER ODIARE

Progetto Dafne, in occasione della Festa della Donna 2017, a cura degli alunni della Classe 4^D, del Liceo Asproni di Nuoro, Anno Scolastico 2016-2017

Il video ha l’intento di mandare un messaggio rivolto alle coscienze delle persone, contro gli episodi di violenza sempre più frequenti che si stanno verificando negli ultimi tempi. In particolare, nel corto abbiamo deciso di recitare la poesia di Shakespeare dedicata alla donna, la più adatta ad esprimere la nostra volontà di smuovere la sensibilità delle persone. Il video è nato all’ interno di un progetto della nostra scuola chiamato ‘Dafne’, il quale si è posto il proposito di farci porre delle problematiche inerenti la condizione della donna non solo nel nostro paese, ma in tutto il mondo.

sabato 28 gennaio 2017

RUBENS, "SUSANNA E I VECCHIONI", 1608, ROMA, GALLERIA BORGHESE.

Daniele 13
Abitava in Babilonia un uomo chiamato Ioakìm, il quale aveva sposato una donna chiamata Susanna (…)di rara bellezza e timorata di Dio. (…) Ioakìm era molto ricco e possedeva un giardino vicino a casa ed essendo stimato più di ogni altro i Giudei andavano da lui. In quell'anno erano stati eletti giudici del popolo due anziani (…) Questi frequentavano la casa di Ioakìm e tutti quelli che avevano qualche lite da risolvere si recavano da loro. Quando il popolo, verso il mezzogiorno, se ne andava, Susanna era solita recarsi a passeggiare nel giardino del marito. I due anziani che ogni giorno la vedevano andare a passeggiare, furono presi da un'ardente passione per lei(…)l'uno nascondeva all'altro la sua pena, perché si vergognavano di rivelare la brama che avevano di unirsi a lei. (…) Allora studiarono il momento opportuno di poterla sorprendere sola. Mentre aspettavano l'occasione favorevole, Susanna entrò, come al solito, con due sole ancelle, nel giardino per fare il bagno, poiché faceva caldo. Non c'era nessun altro al di fuori dei due anziani nascosti a spiarla. Susanna disse alle ancelle: «Portatemi l'unguento e i profumi, poi chiudete la porta, perché voglio fare il bagno». (…) Appena partite le ancelle, i due anziani uscirono dal nascondiglio, corsero da lei e le dissero: «Ecco, le porte del giardino sono chiuse, nessuno ci vede e noi bruciamo di passione per te; acconsenti e datti a noi. In caso contrario ti accuseremo; diremo che un giovane era con te e perciò hai fatto uscire le ancelle». Susanna, piangendo, esclamò: «Sono alle strette da ogni parte. Se cedo, è la morte per me; se rifiuto, non potrò scampare dalle vostre mani. Meglio però per me cadere innocente nelle vostre mani che peccare davanti al Signore!». Susanna gridò a gran voce. Anche i due anziani gridarono contro di lei e uno di loro corse alle porte del giardino e le aprì. I servi di casa, all'udire tale rumore in giardino, si precipitarono dalla porta laterale per vedere che cosa stava accadendo. (…) Il giorno dopo, tutto il popolo si adunò nella casa di Ioakìm, suo marito e andarono là anche i due anziani pieni di perverse intenzioni per condannare a morte Susanna. Rivolti al popolo dissero: «Si faccia venire Susanna figlia di Chelkìa, moglie di Ioakìm. (…) Susanna era assai delicata d'aspetto e molto bella di forme; aveva il velo e quei perversi ordinarono che le fosse tolto per godere almeno così della sua bellezza.(…) Gli anziani dissero: «Mentre noi stavamo passeggiando soli nel giardino, è venuta con due ancelle, ha chiuse le porte del giardino e poi ha licenziato le ancelle. Quindi è entrato da lei un giovane che era nascosto, e si è unito a lei. Noi che eravamo in un angolo del giardino, vedendo una tale nefandezza, ci siamo precipitati su di loro e li abbiamo sorpresi insieme. Non abbiamo potuto prendere il giovane perché, più forte di noi, ha aperto la porta ed è fuggito. Abbiamo preso lei e le abbiamo domandato chi era quel giovane, ma lei non ce l'ha voluto dire. Di questo noi siamo testimoni». La moltitudine prestò loro fede poiché erano anziani e giudici del popolo e la condannò a morte. Allora Susanna ad alta voce esclamò: «Dio eterno, che conosci i segreti, che conosci le cose prima che accadano, tu lo sai che hanno deposto il falso contro di me! Io muoio innocente di quanto essi iniquamente hanno tramato contro di me». E il Signore ascoltò la sua voce.
Mentre Susanna era condotta a morte, il Signore suscitò il santo spirito di un giovanetto, chiamato Daniele (…) e disse: «Siete così stolti, Israeliti? Avete condannato a morte una figlia d'Israele senza indagare la verità! Tornate al tribunale, perché costoro hanno deposto il falso contro di lei». Il popolo tornò subito indietro e gli anziani dissero a Daniele: «Vieni, siedi in mezzo a noi e facci da maestro, poiché Dio ti ha dato il dono dell'anzianità». Daniele esclamò: «Separateli bene l'uno dall'altro e io li giudicherò». Separati che furono, Daniele disse al primo: «O invecchiato nel male! Ecco, i tuoi peccati commessi in passato vengono alla luce, quando davi sentenze ingiuste opprimendo gli innocenti e assolvendo i malvagi, mentre il Signore ha detto: Non ucciderai il giusto e l'innocente. Ora dunque, se tu hai visto costei, di': sotto quale albero tu li hai visti stare insieme?». Rispose: «Sotto un lentisco». Disse Daniele: «In verità, la tua menzogna ricadrà sulla tua testa. Già l'angelo di Dio ha ricevuto da Dio la sentenza e ti spaccherà in due». Allontanato questo, fece venire l'altro e gli disse: «Razza di Canaan e non di Giuda, la bellezza ti ha sedotto, la passione ti ha pervertito il cuore! Così facevate con le donne d'Israele ed esse per paura si univano a voi. Ma una figlia di Giuda non ha potuto sopportare la vostra iniquità. Dimmi dunque, sotto quale albero li hai trovati insieme?». Rispose: «Sotto un leccio». Disse Daniele: «In verità anche la tua menzogna ti ricadrà sulla testa. Ecco l'angelo di Dio ti aspetta con la spada in mano per spaccarti in due e così farti morire». Allora tutta l'assemblea diede in grida di gioia e benedisse Dio che salva coloro che sperano in lui. Poi insorgendo contro i due anziani, ai quali Daniele aveva fatto confessare con la loro bocca di aver deposto il falso, fece loro subire la medesima pena alla quale volevano assoggettare il prossimo e applicando la legge di Mosè li fece morire. In quel giorno fu salvato il sangue innocente. Chelkìa e sua moglie resero grazie a Dio per la figlia Susanna insieme con il marito Ioakìm e tutti i suoi parenti, per non aver trovato in lei nulla di men che onesto. Da quel giorno in poi Daniele divenne grande di fronte al popolo.

5D - Liceo Classico "Giorgio Asproni" – Nuoro
- "Se il silenzio ti rende complice e schiava, la verità ti rende libera e pura." Greta Cugusi
- "Spogliata della sua dignità, invoca il perdono per una colpa mai commessa" Alessandro Liori
- "La verità nuda le veste gli occhi di dignità: guarda Signore di cosa è capace chi tu hai creato" Simona Medde
- "E quale colpa ho, per l'esser mio bella?" Minzoni Valeria
- "Nella luce bellezza e onestà, nell'ombra vizio e peccato" Gianfranco Moledda
- "...Dopo il grave momento, avvolta di luce, arriva al trionfo." Rita Porqueddu
- "Corpo mortificato, occhi puri e irrequieti, si chiede quale sia la sua colpa: la natura di Donna" Enrica Puddu
- "Intensa luce portatrice della verità trionfante: il tuo dignitoso e incantevole animo è salvo!" Ileana Sulas


4D - Liceo Classico "Giorgio Asproni" - Nuoro
"Guardava verso Dio, poichè non avrebbe potuto vedere alcuna faccia d'uomo" Bassano
- "Cruda verità, svestita di ogni male, sottomessa all' (im)potenza." Farina
"Il corpo tace, ove l'anima strepita" Farris- "Guardate quell'indicibile paura dell'iniquità, che trova conforto solo in Dio ormai" Floris
- ''Spogliata della veste, spogliata della dignità. Come colpa, la sua bellezza.'' Loddo
"Nel buio dalla selva, i due animali attaccarono, un urlo si sentì ma a vincere fu la povera preda" Manca
- "La ricerca di un dio nel buio più fitto di uno sguardo malevolo" Mele
- "L'ingiustizia subita svela la verità nascosta dietro un dito" Moncelsi

- "Urla, non temere, spezza quel dito e fatti valere" Mula

4E - Liceo Linguistico "Giorgio Asproni" - Nuoro
"La luce lava ciò che il buio sporca" Lai- "Splende una nuova luce in fondo al tunnel del silenzio: è la forza della parola". Manca F.- "Buio silenzio sconfitto dalla luminosa verità". Serra"Nella silenziosa staticità del tempo, grida l'anima tua tramite gli occhi vitrei". Todde


3B - Liceo Classico "Giorgio Asproni" – Nuoro


-  Occhi minacciosi non intaccano la sua ignuda castità. Caggiari
- Come un fiore maltrattato dalla pioggia, occhi che rispondono alla violenza. Congiu
- Violenza che tesse nero su nero, non innesta un fiore, nessun colore Denti
- Lo sguardo rivolto a Dio, evita una vergognosa passione che dipinge tutto di nero. Pinna

- Innocenza chiara minacciata da un oscuro inganno. Riccardo


5F - Liceo Linguistico "Giorgio Asproni" - Nuoro
- "La purezza della verità in corpo di donna" Marilena Erittu
- "Si spegne la gioia dei sui occhi e cala il buio tra gli uomini" Manconi

4C - Liceo Classico "Giorgio Asproni" - Nuoro
"Pandora, Cassandra ed infine Susanna, quando mai una donna sfuggirà alla condanna?" Mereu

- "Delle forme generose la luce, il resto è oscurità, lentisco o leccio?" L.Pelliccioni






giovedì 8 dicembre 2016

Gustav Klimt, "Danae", 1908, Vienna, Galleria Wϋrthle.


"A Danae, figlia di Acrisio e Aganippe, era stato predetto che il figlio da lei partorito avrebbe ucciso Acrisio; allora il padre, temendo che la profezia si avverasse, la rinchiuse in una prigione dai muri di pietra.
Ma Giove, mutatosi in una pioggia d’oro, giacque con Danae; da quell’amplesso nacque Perseo.
Il padre, a causa dell’atto impudico, la rinchiuse insieme a Perseo in un cofano, che gettò in mare.
Per volere di Giove il cofano fu sospinto fino all’isola di Serifo; quando il pescatore Ditti, che lo trovò e lo forzò, vide la donna con il bambino, li portò dal re Polidette, che sposò Danae e fece allevare Perseo nel tempio di Minerva.
Non appena Acrisio venne a sapere che i due erano alla corte di Polidette, partì per andare a riprenderseli; quando arrivò, Polidette intervenne in loro favore e Perseo giurò al nonno che non l’avrebbe mai ucciso. Acrisio fu poi trattenuto colà da una tempesta e nel frattempo Polidette morì. Vennero indetti dei giochi funebri in suo onore, durante i quali un disco lanciato da Perseo, deviato dal vento, colpì al capo Acrisio, uccidendolo; e così ciò che Perseo non volle fare di sua volontà fu compiuto dagli dei. 
Una volta sepolto Polidette, Perseo partì per Argo e prese possesso del regno del nonno."
Gaio Giulio Igino (64 a.C. – 17 d.C.), "Fabulae"


Commenti:
"Nella paterna contraendosi, sente l'intruso in forma d'oro.
Una preannuncia l'antico vaticinio."


4C - Liceo Classico "G.Asproni" - Nuoro"Donna inconsapevolmente avvolta nel tutto, amore e morte, oro e rosso, 
non svegliarti e non concederti al tuo Destino" 
Letizia Pelliccioni
"Non si concedono scelte, solo onirici destini."
Matilda Guiso

3B - Liceo Classico "G.Asproni" - Nuoro
"Cerca di nascondersi dal rosso destino stabilito dalla dorata volontà."
Francesca Maria Pinna
"Intrappolata tra le grinfie dorate di un immutabile destino."
Elena Pirisi

4D - Liceo Classico "G.Asproni" - Nuoro
''Ventre di donna rinchiuso in un eterno recinto.''
Tania Loddo
"Vittima e carnefice, in balia delle onde del destino"
Sergio Mele
"Una pioggia dorata che come tutta l'acqua è tornata al mare"
Francesco Urru

5D - Liceo Classico "G.Asproni" - Nuoro
"Fluttua il fato turbando l'innocenza di lei, sognante ignara  nel ventre materno"
Simona Medde
"Esile vittima dei fardelli divini, si aggrappa all'ultima libertà concessa: sognare" 
Ileana Sulas

5F - Liceo Classico "G.Asproni" - Nuoro
"Figlio di dorate catene ancorate nel divino disegno"
Nicoletta Manconi



venerdì 25 novembre 2016

OVIDIO, "APOLLO E DAFNE", ca 8 d.C.

Piero e/o Antonio del Pollaiolo, 1480 ca, National GalleryLondra.


Il primo amore di Febo fu Dafne, figlia di Peneo, e non fu dovuto al caso, ma all'ira implacabile di Cupido. Ancora insuperbito per aver vinto il serpente, il dio di Delo, vedendolo che piegava l'arco per tendere la corda:
«Che vuoi fare, fanciullo arrogante, con armi così impegnative?» gli disse. «Questo è peso che s'addice alle mie spalle, a me che so assestare colpi infallibili alle fiere e ai nemici, a me che con un nugolo di frecce ho appena abbattuto Pitone, infossato col suo ventre gonfio e pestifero per tante miglia. Tu accontèntati di fomentare con la tua fiaccola, non so, qualche amore e non arrogarti le mie lodi». E il figlio di Venere: «Il tuo arco, Febo, tutto trafiggerà, ma il mio trafigge te, e quanto tutti i viventi a un dio sono inferiori, tanto minore è la tua gloria alla mia»
Disse, e come un lampo solcò l'aria ad ali battenti, fermandosi nell'ombra sulla cima del Parnaso, e dalla faretra estrasse due frecce d'opposto potere: l'una scaccia, l'altra suscita amore. La seconda è dorata e la sua punta aguzza sfolgora, la prima è spuntata e il suo stelo ha l'anima di piombo. Con questa il dio trafisse la ninfa penea, con l'altra colpì Apollo trapassandogli le ossa sino al midollo. Subito lui s'innamora, mentre lei nemmeno il nome d'amore vuol sentire e, come la vergine Diana, gode nella penombra dei boschi per le spoglie della selvaggina catturata: solo una benda raccoglie i suoi capelli scomposti. Molti la chiedono, ma lei respinge i pretendenti e, decisa a non subire un marito, vaga nel folto dei boschi indifferente a cosa siano nozze, amore e amplessi.
Il padre le ripete: «Figliola, mi devi un genero»; le ripete: «Bambina mia, mi devi dei nipoti»; ma lei, odiando come una colpa la fiaccola nuziale, il bel volto soffuso da un rossore di vergogna, con tenerezza si aggrappa al collo del padre:
«Concedimi, genitore carissimo, ch'io goda», dice, «di verginità perpetua: a Diana suo padre l'ha concesso». E in verità lui acconsentirebbe; ma la tua bellezza vieta che tu rimanga come vorresti, al voto s'oppone il tuo aspetto. E Febo l'ama; ha visto Dafne e vuole unirsi a lei, e in ciò che vuole spera, ma i suoi presagi l'ingannano. Come, mietute le spighe, bruciano in un soffio le stoppie, come s'incendiano le siepi se per ventura un viandante accosta troppo una torcia o la getta quando si fa luce, così il dio prende fuoco, così in tutto il petto divampa, e con la speranza nutre un impossibile amore. Contempla i capelli che le scendono scomposti sul collo, pensa: 'Se poi li pettinasse?'; guarda gli occhi che sfavillano come stelle; guarda le labbra e mai si stanca di guardarle; decanta le dita, le mani,
le braccia e la loro pelle in gran parte nuda; e ciò che è nascosto, l'immagina migliore. Ma lei fugge più rapida d'un alito di vento e non s'arresta al suo richiamo: «Ninfa penea, férmati, ti prego: non t'insegue un nemico; férmati! Così davanti al lupo l'agnella, al leone la cerva, all'aquila le colombe fuggono in un turbinio d'ali, così tutte davanti al nemico; ma io t'inseguo per amore! Ahimè, che tu non cada distesa, che i rovi non ti graffino le gambe indifese, ch'io non sia causa del tuo male! Impervi sono i luoghi dove voli: corri più piano, ti prego, rallenta la tua fuga e anch'io t'inseguirò più piano. Ma sappi a chi piaci. Non sono un montanaro, non sono un pastore, io; non faccio la guardia a mandrie e greggi come uno zotico. Non sai, impudente, non sai chi fuggi, e per questo fuggi. Io regno sulla terra di Delfi, di Claro e Tènedo, sulla regale Pàtara. Giove è mio padre. Io sono colui che rivela futuro, passato e presente, colui che accorda il canto al suono della cetra. Infallibile è la mia freccia, ma più infallibile della mia è stata quella che m'ha ferito il cuore indifeso.
La medicina l'ho inventata io, e in tutto il mondo guaritore mi chiamano, perché in mano mia è il potere delle erbe. Ma, ahimè, non c'è erba che guarisca l'amore, e l'arte che giova a tutti non giova al suo signore!». Di più avrebbe detto, ma lei continuò a fuggire impaurita, lasciandolo a metà del discorso. E sempre bella era: il vento le scopriva il corpo, spirandole contro gonfiava intorno la sua veste e con la sua brezza sottile le scompigliava i capelli rendendola in fuga più leggiadra. Ma il giovane divino
non ha più pazienza di perdersi in lusinghe e, come amore lo sprona, l'incalza inseguendola di passo in passo. Come quando un cane di Gallia scorge in campo aperto una lepre, e scattano l'uno per ghermire, l'altra per salvarsi; questo, sul punto d'afferrarla e ormai convinto d'averla presa, che la stringe col muso proteso, quella che, nell'incertezza d'essere presa, sfugge ai morsi evitando la bocca che la sfiora: così il dio e la fanciulla, un fulmine lui per la voglia, lei per il timore. Ma lui che l'insegue, con le ali d'amore in aiuto corre di più, non dà tregua e incombe alle spalle della fuggitiva, ansimandole sul collo fra i capelli al vento. Senza più forze, vinta dalla fatica di quella corsa allo spasimo, si rivolge alle correnti del Peneo e: «Aiutami, padre», dice. «Se voi fiumi avete qualche potere, dissolvi, mutandole, queste mie fattezze per cui troppo piacqui». Ancora prega, che un torpore profondo pervade le sue membra, il petto morbido si fascia di fibre sottili, i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami; i piedi, così veloci un tempo, s'inchiodano in pigre radici,il volto svanisce in una chioma: solo il suo splendore conserva. Anche così Febo l'ama e, poggiata la mano sul tronco, sente ancora trepidare il petto sotto quella nuova corteccia e, stringendo fra le braccia i suoi rami come un corpo, ne bacia il legno, ma quello ai suoi baci ancora si sottrae. E allora il dio: «Se non puoi essere la sposa mia, sarai almeno la mia pianta. E di te sempre si orneranno, o alloro, i miei capelli, la mia cetra, la faretra; e il capo dei condottieri latini, quando una voce esultante intonerà il trionfo e il Campidoglio vedrà fluire i cortei. Fedelissimo custode della porta d'Augusto, starai appeso ai suoi battenti per difendere la quercia in mezzo. E come il mio capo si mantiene giovane con la chioma intonsa, anche tu porterai il vanto perpetuo delle fronde!».

Qui Febo tacque; e l'alloro annuì con i suoi rami